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Lunghissima coda di fedeli per entrare in Duomo: il ricordo di Don Giussiani con l'arcivescovo Delpini

La sera di lunedì una lunga coda; poco prima, Delpini era stato in Consiglio Comunale

La coda (foto Gio' Condello/MilanoToday)

Migliaia di fedeli hanno affollato piazza Duomo a Milano per entrare in cattedrale, lunedì sera, poichè l’arcivescovo di Milano monsignor Mario Delpini ha presieduto una celebrazione eucaristica per ricordare il 14esimo anniversario della morte di don Luigi Giussani, avvenuta il 22 febbraio 2005.

Nell’occasione è stato ricordato anche il 37esimo anniversario del riconoscimento pontificio della Fraternità di Comunione e Liberazione, di cui don Giussani è stato il fondatore.

I credenti si sono disposti in alcune file parallele di diverse centinaia di metri e hanno atteso con pazienza i controlli di sicurezza. Le messe per don Giussani, fino al 22 febbraio, si celebreranno in tutto il mondo. L’intenzione di preghiera che accomunerà queste Eucaristie è comune a tutte: «Affinché, nella partecipazione grata e fedele alla storia particolare generata oggi dal carisma di don Giussani, cresca in ciascuno di noi l’intelligenza della fede, la certezza della speranza e l’ardore della Icarità a servizio instancabile della Chiesa e dei fratelli uomini».

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L'arcivescovo Delpini in Consiglio comunale a Milano

Poco prima, era iniziato con la lettura dell'articolo 3 della Costituzione italiana il discorso che l'arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini, ha tenuto di fronte al Consiglio comunale della città.

L'ultimo arcivescovo a parlare nell'aula consiliare era stato nel 2002 il cardinale Carlo Maria Martini. Monsignor Delpini per questa visita ha raccolto l'invito del presidente del Consiglio comunale, Lamberto Bertolè, che ha aperto la seduta straordinaria. Il riferimento alla Costituzione però secondo l'arcivescovo di Milano "non può essere solo un appello retorico, deve piuttosto essere un criterio per orientare e giudicare le scelte, con l'inevitabile impegno di interpretazione e di mediazione nel contesto attuale - ha concluso -. Per esempio l'articolo 3 che ho citato in premessa indica impegni e orientamenti che possono essere molto incisivi nelle scelte ordinarie dell'amministrazione comunale".

L’invito a rivolgere la mia parola al Consiglio Comunale di Milano è un modo con cui l’Amministrazione riconosce la rilevanza, per il bene di Milano, della Chiesa cattolica nella sua capillare presenza sul territorio». Notando la coincidenza, peraltro casuale, della data dell’incontro in atto con quella dei Patti Lateranensi dell’11 febbraio 1929, il Vescovo esprime «anche l’auspicio che le persone, che pensano e riflettono con spirito critico e autocritico, non si confrontino con la Chiesa cattolica solo per riconoscere il servizio che ha reso e rende in molti ambiti della vita della città e per l’utilità che rappresenta, ma anche per lasciarsi interrogare dalla parola e dalle intenzioni che muovono la Chiesa a questa presenza, a questo servizio, a questa disponibilità a farsi carico delle persone e delle problematiche». Il pensiero va al linguaggio comune, con cui si esprime la democrazia e che è espresso in maniera mirabile dalla Costituente repubblicana. «Il riferimento alla Costituzione non può essere solo un appello retorico, deve piuttosto essere un criterio per orientare e giudicare le scelte, con l’inevitabile impegno di interpretazione e di mediazione nel contesto attuale. Per esempio l’art 3 che ho citato in premessa indica impegni e orientamenti che possono essere molto incisivi nelle scelte ordinarie dell’Amministrazione comunale».

Ovvio che il riferimento sia al bene comune «come il convivere sereno e solidale dei cittadini. Promuovere il bene comune significa quindi promuovere la appartenenza consapevole e corresponsabile alla comunità cittadina», anche su temi controversi come quello – già definito centrale nel “Discorso” – della famiglia. «Ritengo che la famiglia sia la risorsa determinante per favorire il convivere sereno e solidale. La considerazione della famiglia e la sua centralità per il benessere della città si scontra con la tendenza diffusa a dare enfasi ai diritti individuali, nel costume, nella mentalità e nella legislazione nazionale come nelle delibere comunali. A me sembra, però, che sia ragionevole, in vista della promozione del bene comune, che si promuova la famiglia come forma stabile di convivenza, di responsabilità degli uni per gli altri, di luogo generativo di futuro. Il preoccupante calo demografico, la desolata solitudine degli anziani, i fenomeni allarmanti della dispersione scolastica, delle dipendenze in giovanissima età, dell’indifferenza individualistica devono dare molto da pensare a chi ha a cuore il bene comune. La famiglia è la risorsa determinante», riporta Annamaria Braccini nel portale dell'arcidiocesi Chiesadimilano.it.

Il discorso dell'Arcivescovo in Consiglio comunale

In questo contesto ampio e articolato, arriva il suggerimento di due percorsi virtuosi. «Il primo percorso si può riassumere nell’arte del buon vicinato che responsabilizza tutti i cittadini e gli abitanti che convivono nella città, proponendo l’atteggiamento della cittadinanza attiva, vigile, intraprendente. Il buon vicinato non si può decidere con una delibera comunale, eppure non si deve neppure lasciare alla buona volontà dei singoli. Si tratta di una promozione culturale che, grazie alla mediazione di molte presenze territoriali, diffonde un modo di intendere il vicino, i vicini di casa come potenziali alleati e non come potenziali minacce. Le presenze territoriali possono favorire e praticare questo atteggiamento. Penso alle parrocchie e agli oratori, alle scuole e ai Centri culturali, alle Associazioni di volontariato e di solidarietà, ai Centri di ascolto e i Consultori familiari, alle Associazioni dei commercianti, degli inquilini, ai presidi sanitari». Chiaro che, in questo, se si è alleati, si sia incisivi. «Credo che l’Amministrazione comunale possa fare molto per sostenere le buone pratiche e bonificare i territori esposti al pericolo di diventare incubatori di violenza, risentimento, illegalità».

Da queste potenzialità “di base” l’Arcivescovo pone, poi, la sua attenzione alle Istituzioni che devono fare rete. «Si deve riconoscere che, nella tradizione milanese, esse hanno coltivato rapporti di stima reciproca, di abituale collaborazione, di molteplicità di confronti. Credo che la stagione sia propizia e incoraggiante per intensificare questa dinamica positiva. L’alleanza tra le Istituzioni deve essere intesa come uno stile di rapporti, di incontri e di confronto che diventa il contesto favorevole a rispondere alle domande imposte dal presente e dal futuro». Interrogativi, certo, di orizzonte ampio e di lunga prospettiva, ma anche relative a come si intenda la città.

«La prospettiva di Milano credo che debba essere Europea e Mediterranea, per essere fedele alla sua vocazione. Questi orizzonti irrinunciabili acquistano particolare fascino e sono una particolare responsabilità in questa stagione che prepara le elezioni europee e registra una povertà preoccupante di contenuti. In città vivono e operano Istituzioni prestigiose, efficienti, dotate di risorse, di idee, di esperienza. La mia presenza in questa sede e in questa occasione è per ribadire la disponibilità della Chiesa diocesana nelle sue varie articolazioni centrali e territoriali per essere partecipe di alleanza, per farsi promotrice attiva di quanto può consolidarla e renderla operativa. La Chiesa ambrosiana può offrire il servizio disinteressato per coniugare sviluppo ed equità, sicurezza e inclusione con la sua presenza capillare in tutta la città e la sua riserva di sapienza e di speranza che le ha consentito di attraversare i secoli e di guardare con fiducia al futuro».

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